Valutazione neuropsicologica testamento: cos’è e quando ti serve davvero

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Riassunto

La valutazione neuropsicologica per testamento è una perizia clinica che attesta, con dati oggettivi e test standardizzati, la piena capacità di intendere e di volere di una persona al momento di firmare le proprie volontà testamentarie. Qualsiasi testamento, olografo o notarile, può essere impugnato e annullato dopo la morte del testatore: basta che manchi la prova della sua lucidità al momento della redazione. La valutazione neuropsicologica testamentaria (che applico io) si basa sui criteri di Shulman, lo standard internazionale per misurare la testamentary capacity, e analizza funzioni cognitive chiave come memoria, attenzione, ragionamento e consapevolezza di malattia. In questo articolo scopri esattamente come funziona questa valutazione, in quali situazioni è indispensabile e come capire se la tua situazione la richiede.

Perché qualsiasi testamento può essere annullato dopo la morte del testatore?

Partiamo da un dato che in pochi conoscono. Sia il testamento olografo (scritto a mano su un foglio, datato e firmato) sia il testamento notarile (raccolto in un atto pubblico) possono essere contestati e annullati dopo la morte del testatore. Non è una remota possibilità teorica: è una dinamica processuale che si verifica con frequenza, soprattutto quando il patrimonio è significativo o i rapporti familiari sono tesi.

La ragione è una sola, e l’articolo 591 del codice civile la esprime in modo netto: sono incapaci di testare le persone che, al momento della redazione, erano prive della capacità di intendere e di volere. La forma dell’atto non c’entra nulla. Un testamento olografo scritto su un tovagliolo e uno redatto davanti al notaio con tutte le carte in regola possono cadere esattamente per lo stesso motivo: la mancanza di una prova oggettiva della lucidità del testatore in quel momento preciso.

Anzi: il testamento olografo è ancora più esposto. Perché manca completamente il filtro di un pubblico ufficiale. Non c’è nessuno che possa testimoniare che il testatore non subiva pressioni, che era vigile, che ha scritto di sua mano in autonomia. L’unica cosa che resta è un foglio di carta, e chi ha interesse a contestarlo può sostenere qualunque cosa. Che il testatore fosse confuso, malato e incapace. E la persona che ha scritto quel foglio non può più difendersi.

Il testamento notarile, in apparenza più blindato, non è immune. Il notaio verifica l’identità del testatore, ne raccoglie le volontà e le trascrive in un atto formale. Ma qui finisce il suo compito. Non ha né la formazione né gli strumenti per valutare lo stato mentale di chi ha davanti. Lo ha ribadito la stessa Corte di Cassazione, con la sentenza numero 2702 del 2019: accertare la capacità cognitiva e volitiva di una persona è un compito clinico, non notarile. In quel caso specifico il testatore era affetto da vasculopatia cerebrale e demenza vascolare, una condizione neurologica documentata. Il notaio, basandosi sull’impressione del momento, aveva comunque raccolto il testamento. La Cassazione lo ha annullato, spiegando che si sarebbe dovuto provare il cosiddetto lucido intervallo: un momento di temporanea e documentata lucidità proprio in coincidenza con la firma. Prova che, senza una valutazione neuropsicologica fatta per tempo, semplicemente non esisteva.

Il meccanismo processuale, tra l’altro, è spietato. Chi vuole annullare il testamento parte in attacco portando elementi di incapacità (cartelle cliniche, testimonianze, documentazione medica). Se il giudice li ritiene sufficienti, scatta l’inversione dell’onere della prova: non è più chi attacca a dover dimostrare l’incapacità, ma è l’erede a dover provare la lucidità del testatore al momento della firma. E ammettiamolo: senza una documentazione clinica solida, dimostrare il lucido intervallo è difficilissimo, a volte impossibile.

La conclusione è una sola, che si tratti di un foglio scritto a mano o di un atto notarile: senza una prova scientifica della capacità mentale del testatore, qualsiasi testamento è vulnerabile. Punto.

Cos’è la capacità di testare e come la valuta la neuropsicologia?

La capacità di testare, o testamentary capacity, è la condizione mentale minima richiesta dalla legge perché una persona possa disporre validamente dei propri beni per il momento successivo alla propria morte. Non è una misura binaria (capace o incapace), ma un costrutto multidimensionale che viene valutato su più livelli.

Sinceramente, è una delle valutazioni più sofisticate che esistano in ambito neuropsicologico forense. Perché non basta essere “orientati nel tempo e nello spazio” o “ricordarsi il nome dei figli”. La valutazione della capacità di testare deve andare molto più a fondo: deve valutare i diversi domini cognitivi che caratterizzano una persona “in salute”.

L’articolo 591 del codice civile è chiaro: sono incapaci di testare i minorenni, gli interdetti e chiunque fosse incapace di intendere e di volere al momento della redazione. Ma questa formula, apparentemente semplice, nasconde una complessità enorme. Perché una persona con un lieve deterioramento cognitivo potrebbe essere perfettamente capace di fare un testamento semplice (lasciare la casa al figlio, dividere i risparmi tra due eredi). Ma la stessa persona potrebbe non essere in grado di gestire un testamento complesso, con più proprietà, quote societarie e figli nati da relazioni diverse.

È qui che entra in gioco la valutazione neuropsicologica per testamento: non fornisce un verdetto generico, ma una mappatura precisa delle funzioni cognitive del testatore, funzione per funzione, con punteggi standardizzati che il giudice e il CTU (consulente tecnico d’ufficio) possono analizzare con parametri oggettivi. Il consulente tecnico d’ufficio, tecnicamente, è il professionista che affianca il giudice nell’acquisizione e nella valutazione delle prove su aspetti che richiedono competenze specialistiche. Avere un referto clinico depositato nella fase istruttoria del processo significa mettere sul tavolo dati che il CTU può esaminare per assegnare la ragione ed il torto nel processo.

Cosa sono i criteri di Shulman e perché sono lo standard di riferimento?

I criteri di Shulman sono lo standard internazionale più accreditato per misurare la testamentary capacity e sono i criteri che uso io, nel mio studio, con le persone che mi chiedono una valutazione completa per proteggere il loro testamento da possibili attacchi futuri. Sono stati sviluppati dal professor Kenneth Shulman, psichiatra canadese tra i massimi esperti mondiali di capacità decisionale nelle persone anziane, e oggi vengono utilizzati in ambito forense in tutto il mondo.

In sintesi, questi criteri definiscono cinque aree fondamentali che devono essere indagate per stabilire se una persona è in grado di redigere un testamento valido.

Non scendo nel dettaglio di ciascun criterio, e c’è una ragione precisa. La valutazione neuropsicologica testamentaria si svolge in un contesto clinico strutturato, e parte del suo valore scientifico sta proprio nel fatto che la persona valutata arrivi al colloquio senza sapere esattamente cosa aspettarsi. Se conoscesse nei minimi particolari ciò che viene indagato e come, la spontaneità e l’affidabilità della valutazione ne risentirebbero. Non sarebbe più una misurazione oggettiva: sarebbe un esame a cui ci si presenta con le risposte già pronte.

Quello che ti basta sapere è che questi cinque ambiti vengono esplorati attraverso test neuropsicologici standardizzati e colloqui clinici condotti da un professionista abilitato. Il risultato è un quadro oggettivo, basato su dati e punteggi confrontabili, non su impressioni. Ed è proprio questo che lo rende così difficile da smontare in sede giudiziale.

Quando serve davvero una valutazione neuropsicologica per il testamento?

C’è qualcuno che pensa che questo tipo di perizia serva solo a chi ha una diagnosi di demenza conclamata? Sbagliato. O meglio: è vero che la demenza è il fattore di rischio principale (lo abbiamo visto: 78% dei casi), ma ci sono molte altre situazioni in cui una valutazione neuropsicologica testamentaria fa la differenza tra un testamento blindato e un testamento che cade alla prima contestazione.

Ecco le situazioni in cui questa valutazione diventa particolarmente importante, anzi, direi quasi indispensabile.

  • Patrimonio complesso o frammentato. Se hai più proprietà, quote societarie, investimenti all’estero o un patrimonio difficile da ricostruire a colpo d’occhio, il livello di lucidità richiesto per decidere a chi lasciare cosa è molto più alto. Un conto è dire “la casa a mio figlio”. Un conto è decidere come distribuire tre immobili, due conti titoli e una partecipazione societaria tra quattro eredi con situazioni fiscali diverse. La giurisprudenza, in questi casi, richiede standard più elevati di capacità decisionale, e una valutazione neuropsicologica per testamento è il modo più efficace per dimostrare che quegli standard erano soddisfatti.
  • Famiglie ricomposte o conflittuali. Figli nati da relazioni diverse, seconde nozze, conflitti familiari noti. In questi scenari il rischio di contestazione è alle stelle, perché le persone coinvolte hanno tutto l’interesse a sostenere che il testatore “non era in sé” quando ha deciso di escluderle o di favorirne altre.
  • Sospetto deterioramento cognitivo. Non serve una diagnosi ufficiale di demenza. Basta il sospetto, magari sollevato da un familiare. Se un erede può portare in giudizio anche solo una cartella clinica che menziona “disturbi della memoria” o “rallentamento cognitivo”, scatta l’inversione dell’onere della prova. A quel punto, senza una perizia neuropsicologica, difendersi diventa un’impresa.
  • Età avanzata. Non è l’età di per sé il problema. Molte persone di 85 anni sono perfettamente lucide e capaci. Ma l’età avanzata è statisticamente associata a un maggior rischio di deterioramento cognitivo, e questo basta perché un erede insoddisfatto possa sollevare la questione in sede giudiziale. Fare una valutazione quando si è ancora in salute è la mossa più furba che si possa fare.
  • Precedenti patologie neurologiche o psichiatriche. Ictus, traumi cranici, Parkinson, depressione maggiore con sintomi psicotici: tutte condizioni che, a seconda della gravità e della fase, possono compromettere temporaneamente o permanentemente la capacità di testare. Se nella tua storia clinica c’è una di queste condizioni, una valutazione fatta per tempo è la migliore polizza assicurativa per le tue volontà.

La tua situazione richiede una valutazione neuropsicologica testamentaria?

Non ti sto dicendo che una valutazione neuropsicologica testamentaria sia una bacchetta magica. Nel diritto le certezze assolute non esistono e chi te le promette ti sta prendendo in giro. Ma è quanto di più solido e scientificamente fondato si possa mettere sul tavolo di un giudice per dimostrare che il testatore era pienamente capace quando ha firmato. In un eventuale contenzioso, questa valutazione è la prova regina.

Io sono Simone Zamboni, psicologo clinico con master in neuropsicologia clinica e sperimentale, e mi occupo esattamente di questo: condurre la valutazione intra-vitam della capacità di testare, quando la persona è ancora in vita e può sottoporsi ai test necessari. Perché la valutazione post-mortem, quella fatta analizzando documenti dopo il decesso, è infinitamente meno efficace e spesso non si hanno elementi sufficienti per sostenere la validità del testamento.

Se sei un avvocato che segue clienti con patrimoni importanti, un notaio che vuole offrire una tutela aggiuntiva, o semplicemente una persona che desidera proteggere le proprie volontà da chi ha interesse a contestarle, questo strumento esiste ed è disponibile. Se vuoi approfondire l’argomento, valutare una situazione specifica o capire se questa perizia può fare al caso tuo, puoi contattarmi attraverso i canali che trovi qui sotto.

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Mi chiamo Simone Zamboni e sono uno psicologo clinico. Ricevo a Brescia e online.